Fabrizio De André - Amico fragile

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Utente: LibertAria
Nome: Valeria Taradash
Giornalista, scrittrice... innamorata della Bosnia da molti anni. Da quando una guerra insensata, giocata troppo vicino a casa mia perché riuscissi a restarne fuori, mi ha portato in questo Paese. La spinta somigliava molto alla curiosità o, più gradevole espressione, al desiderio-bisogno di capire. Crimini troppo grandi e incomprensibili venivano commessi, spesso in nome di un Dio che, come al solito, non c'entrava niente. Non ho saputo restare davanti al televisore a scuotere la testa. Il bisogno di partire si è fatto viaggio, il viaggio si è fatto conoscenza, la conoscenza si è fatta amore, partecipazione e necessità di testimoniare. In passato ho collaborato con TV e radio private. Per la carta stampata ho scritto e tradotto per "Shabab", un bollettino che si occupava di MedioOriente, più precisamente della Palestina. Inoltre ho pubblicato tre libri, due saggi ("La fame nel mondo" e "La nonviolenza") e un romanzo ("Concerto per chihuahua ...e frammenti di stelle ...e altre code"). Oltre all'amore per la scrittura, un'altra passione mi ha accompagnato per tutta la vita, divenendo a periodi una professione: i cani. Allevo cani per hobby e per amore. Anni fa sono stata titolare di una scuola di addestramento all'obbedienza e all'agility. Con i miei amici a quattro zampe mi diverto e lascio che mi dipingano sulla faccia sorrisi di tenerezza uniti a sentimenti di protezione e di condivisione affettiva. Insomma a loro concedo il mio lato "morbido", che altrimenti so nascondere benissimo. Chi mi conosce lo sa...

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domenica, 16 gennaio 2005

 LE NUVOLE   (1990)

LE NUVOLE

Vanno

vengono

ogni tanto si fermano

e quando si fermano

sono nere come il corvo

sembra che ti guardano con malocchio

 

Certe volte sono bianche

e corrono

e prendono la forma dell'airone

o della pecora

o di qualche altra bestia

ma questo lo vedono meglio i bambini

che giocano a corrergli dietro per tanti metri

 

Certe volte ti avvisano con un rumore

prima di arrivare

e la terra si trema

e gli animali si stanno zitti

certe volte ti avvisano con rumore

 

Vengono

vanno

ritornano

e magari si fermano tanti giorni

che non vedi più il sole e le stelle

e ti sembra di non conoscere più

il posto dove stai

 

Vanno

vengono

per una vera

mille sono finte e si mettono lì

tra noi e il cielo

per lasciarci soltanto una voglia di pioggia

 

Testo: F.De Andrè

Anno di pubblicazione: 1990

OTTOCENTO

Cantami di questo tempo

l'astio e il malcontento

di chi è sottovento

e non vuol sentir l'odore

di questo motor

che ci porta avanti

quasi tutti quanti

maschi, femmine e cantanti

su un tappeto di contanti

nel cielo blu

 

Figlia della mia famiglia

sei la meraviglia

già matura e ancora pura

come la verdura di papà

 

Figlio bello e audace

bronzo di Versace

figlio sempre più capace

di giocare in borsa

di stuprare in corsa e tu

moglie dalle larghe maglie

dalle molte voglie

esperta di anticaglie

scatole d'argento ti regalerò

Ottocento

Novecento

Millecinquecento scatole d'argento

fine Settecento ti regalerò

 

Quanti pezzi di ricambio

quante meraviglie

quanti articoli di scambio

quante belle figlie da sposar

e quante belle valvole e pistoni

fegati e polmoni

e quante belle biglie a rotolar

e quante belle triglie nel mar

 

Figlio figlio

povero figlio

eri bello bianco e vermiglio

quale intruglio ti ha perduto nel Naviglio

figlio figlio

unico sbaglio

annegato come un coniglio

per ferirmi, pugnalarmi nell'orgoglio

a me a me

che ti trattavo come un figlio

povero me domani andrà meglio

 

Ein klein pinzimonie

Wunder matrimonie

Krauten und erbeeren

Und patellen und arsellen

Fischen Zanzibar

Und enige krapfen

Früer vor schlafen

Und erwachen mit walzer

Und Alka-Seltzer für

dimenticar

Quanti pezzi di ricambio

quante meraviglie

quanti articoli di scambio

e quante belle figlie da giocar

e quante belle valvole e pistoni

fegati e polmoni

e quante belle biglie a rotolar

e quante belle triglie nel mar

Traduzione del pezzo in tedesco:

Un piccolo pinzimonio

splendido matrimonio

cavoli e fragole

e patelle ed arselle

pescate a Zanzibar

e qualche krapfen

prima di dormire

ed un risveglio con valzer

e un Alka-Seltzer per

dimenticar

 

Testo: F.De Andrè

Anno di pubblicazione: 1990

DON RAFFAE'

Io mi chiamo Pasquale Cafiero

e son brigadiero del carcere Oiné

io mi chiamo Cafiero Pasquale

e sto a Poggio Reale dal '53

e al centesimo catenaccio

alla sera mi sento uno straccio

per fortuna che al braccio speciale

c'è un uomo geniale che parla co' me

 

Tutto il giorno con quattro infamoni

briganti, papponi, cornuti e lacchè

tutte l'ore co' 'sta fetenzia

che sputa minaccia e s'â piglia co' me

ma alla fine m'assetto papale

mi sbottono e mi leggo 'o giornale

mi consiglio con don Raffae'

mi spiega che penso e bevimm 'ó café

 

Ah che bell 'ó café

pure in carcere 'o sanno fâ

co' â ricetta ch'a Ciccirinella

compagno di cella

ci ha dato mammà

 

Prima pagina venti notizie

ventun'ingiustizie e lo Stato che fa

si costerna, s'indigna, s'impegna

poi getta la spugna con gran dignità

mi scervello e m'asciugo la fronte

per fortuna c'è chi mi risponde

a quell'uomo sceltissimo immenso

io chiedo consenso a don Raffae'

 

Un galantuomo che tiene sei figli

ha chiesto una casa e ci danno consigli

mentre o' assessore che Dio lo perdoni

'ndrento a 'e roulotte ci alleva i visoni

voi vi basta una mossa una voce

c'ha 'sto Cristo ci levano 'a croce

con rispetto s'è fatto le tre

volite 'a spremuta o volite 'o café

 

Ah che bell 'ó café

pure in carcere 'o sanno fâ

co' â ricetta ch'a Ciccirinella

compagno di cella

ci ha dato mammà

ah che bell 'ó café

pure in carcere 'o sanno fâ

co' â ricetta di Ciccirinella

compagno di cella

preciso a mammà

 

Ca' ci sta l'inflazione, la svalutazione

e la borsa ce l'ha chi ce l'ha

io non tengo compendio che chillo stipendio

e un ambo se sogno 'a papà

aggiungete mia figlia Innocenza

vuo' marito non tiene pazienza

non vi chiedo la grazia pe' me

vi faccio la barba o la fate da sé

 

Voi tenete un cappotto cammello

che al maxi-processo eravate 'o chiù bello

un vestito gessato marrone

così ci è sembrato alla televisione

pe' 'ste nozze vi prego Eccellenza

m'î prestasse pe' fare presenza

io già tengo le scarpe e 'o gillé

gradite 'o Campari o volite o café

 

Ah che bell 'ó café

pure in carcere 'o sanno fâ

co' â ricetta ch'a Ciccirinella

compagno di cella

ci ha dato mammà

ah che bell 'ó café

pure in carcere 'o sanno fâ

co' â ricetta di Ciccirinella

compagno di cella

preciso a mammà

 

Qui non c'è più decoro le carceri d'oro

ma chi l'ha mai viste chissà

chiste so' fatiscienti pe' chisto i fetienti

se tengono l'immunità

don Raffae' voi politicamente

io ve lo giuro sarebbe 'no santo

ma 'ca dinto voi state a pagâ

e fora chiss'atre se stanno a spassâ

 

A proposito tengo 'no frate

che da quindici anni sta disoccupato

chiss'ha fatto cinquanta concorsi

novanta domande e duecento ricorsi

voi che date conforto e lavoro

Eminenza vi bacio v'imploro

chillo duorme co' mamma e co' me

che crema d'Arabia ch'è chisto café

 

Testo: F.De Andrè – M.Bubola

Anno di pubblicazione: 1990

LA DOMENICA DELLE SALME

Tentò la fuga in tram

verso le sei del mattino

dalla bottiglia di orzata

dove galleggia Milano

non fu difficile seguirlo

il poeta della Baggina

la sua anima accesa

mandava luce di lampadina

gli incendiarono il letto

sulla strada di Trento

riuscì a salvarsi dalla sua barba

un pettirosso da combattimento

 

I polacchi non morirono subito

e inginocchiati agli ultimi semafori

rifacevano il trucco alle troie di regime

lanciate verso il mare

i trafficanti di saponette

mettevano pancia verso est

chi si convertiva nel novanta

ne era dispensato nel novantuno

la scimmia del quarto Reich

ballava la polka sopra il muro

e mentre si arrampicava

le abbiamo visto tutti il culo

la piramide di Cheope

volle essere ricostruita in quel giorno di festa

masso per masso

schiavo per schiavo

comunista per comunista

 

La domenica delle salme

non si udirono fucilate

il gas esilarante

presidiava le strade

la domenica delle salme

si portò via tutti i pensieri

e le regine del "tua culpa"

affollarono i parrucchieri

 

Nell'assolata galera patria

il secondo secondino

disse a "Baffi di Sego" che era il primo:

"Si può fare domani sul far del mattino"

e furono inviati messi

fanti cavalli cani ed un somaro

ad annunciare l'amputazione della gamba

di Renato Curcio

il carbonaro

il ministro dei temporali

in un tripudio di tromboni

auspicava democrazia

con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni

"Voglio vivere in una città

dove all'ora dell'aperitivo

non ci siano spargimenti di sangue

o di detersivo"

a tarda sera io e il mio illustre cugino De andrade

eravamo gli ultimi cittadini liberi

di questa famosa città civile

perché avevamo un cannone nel cortile

 

La domenica delle salme

nessuno si fece male

tutti a seguire il feretro

del defunto ideale

la domenica delle salme

si sentiva cantare

"Quant'è bella giovinezza

non vogliamo più invecchiare"

 

Gli ultimi viandanti

si ritirarono nelle catacombe

accesero la televisione e ci guardarono cantare

per una mezz'oretta

poi ci mandarono a cagare

"Voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio

coi pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio

voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti

per l'Amazzonia e per la pecunia

nei palastilisti

e dai padri Maristi

voi avevate voci potenti

lingue allenate a battere il tamburo

voi avevate voci potenti

adatte per il vaffanculo"

 

La domenica delle salme

gli addetti alla nostalgia

accompagnarono tra i flauti

il cadavere di Utopia

la domenica dalle salme

fu una domenica come tante

il giorno dopo c'erano i segni

di una pace terrificante

 

mentre il cuore d'Italia

da Palermo ad Aosta

si gonfiava in un coro

di vibrante protesta

 

Baggina: così viene chiamata a Milano la Casa di Riposo per anziani "Pio Albergo Trivulzio"

Baffi di Sego: gendarme austriaco in una satira di Giuseppe Giusti

De Andrade: vedi "Serafino Ponte Grande" di Oswald De Andrade

 

Testo: F.De Andrè

Anno di pubblicazione: 1990

MÉGU MÉGUN

E mi e mi e mi

e anâ anâ

e a l’aia sciurtî

e suâ suâ

e ou coêu ou coêu ou coêu

da rebellâ

fin a piggá piggá

ou trén ou trén 

E ‘nta galleria

génte ‘a l’íntra au scûu

sciórte amarutía

loêugu de 'n spesiá

e 'ntu stréitu t'aguéitan

te dumándan chi t'è

a sustánsa e ou mesté

che pe' liatri ou viaggiá ou nu l'é

poi te túcca 'n purté lepegúsu

e 'na stánsia lûvega

e 'nte l'âtra stánsia

ê bagásce a dâ ou menû

e ti cu 'na quâe che nu ti voêu

a tiâ 'a Bibbia 'nta miágia

serrâ a ciàve ánche ou barcún

e aresentíte súrvia ou coêu 

Uh mégu mégu mégu mè megún

Uh chin-a chin-a zû da ou caragún 

'Na caréga dûa

nésciu de 'n turtà

'na fainà ch'a sûa

e a ghe manca 'a sâ

tûtti sûssa résca

da ou xattá in zû

se ti gíi 'a tèsta

ti te véddi ou cû

e a stâ foêa gu'è ou repentin

ch'a te túcche 'na pasciún

pe 'na fàccia da Madònna

ch'a a te spósta ou ghirindún

ûn amú mai in esclusiva

sémpre cun quarcósa da pagâ

na scignurín-a che súttu â cúa

a gh'a ou gárbu da scignúa

     Uh mégu mégu mégu mè megún
    
Uh chin-a chin-a zû da ou caregún
    
Uh che belin de 'n nólu che ti me faiésci fâ
    
Uh ch'a sún de piggiâ de l'aia se va a l'uspià 

E mi e mi e mi

nu anâ nu anâ

stâ chi stâ chi stâ chi

durmî durmî

e mi e mi e mi

nu anâ nu anâ

stâ chi stâ chi stâ chi

asûnáme

 

Testo: F.De Andrè – I.Fossati

Anno di pubblicazione: 1990

MEDICO MEDICONE (traduzione)

E io e io e io

e andare andare

e uscire all'aria

sudare sudare

e il cuore il cuore il cuore

da trascinare

fino a prendere a prendere

il treno il treno

 

E nella galleria

la gente entra al buio

esce ammalata

cesso d'un farmacista

e nello stretto ti guardano

ti domandano chi sei

il patrimonio e il mestiere

che per loro il viaggiare non lo è

poi ti tocca un portiere viscido

e una stanza umida

e nell'altra stanza

le bagasce a dare il menù

e tu con una voglia che non vuoi

a tirare la Bibbia nel muro

chiudere a chiave anche la finestra

e a ciambellarti sopra il cuore

 

Uh medico medico medico mio medicone

Uh vieni vieni giù dal seggiolone

 

Una sedia dura

scemo di un tortaio

una farinata che suda

e le manca il sale

tutti succhiatori di lische

dal pappone in giù

se giri la testa

ti vedi il culo

e a star fuori c'è il rischio

che ti tocchi una passione

per una faccia da Madonna

che ti sposta il comò

un amore mai in esclusiva

sempre con qualcosa da pagare

una signorina che sotto la coda

ha il buco da signora

 

Uh medico medico medico mio medicone

uh vieni vieni giù dal seggiolone

uh che cazzo di contratto mi faresti fare

uh che a forza di prendere aria si va all’ospedale

 

E io e io e io

non andare non andare

stare qui stare qui stare qui

dormire dormire

e io e io e io

non andare non andare

stare qui stare qui stare qui

sognare

..........................

LA NOVA GELOSIA

Fenesta co' 'sta nova gelosia

tutta lucente

de centrella d'oro

tu m'annasconne

Nennella bella mia

lassamela vedé

sinnò me moro

 

Fenesta co' 'sta nova gelosia

tutta lucente

de centrella d'oro

 

Fenesta co' 'sta nova gelosia

tutta lucente

de centrella d'oro

tu m'annasconne

Nennella bella mia

lassamela vedé

sinnò me moro

lassamela vedé

sinnò me moro

 

Gelosia: serramento della finestra

Centrella: chiodini

 

Testo: da una canzone popolare della fine del XVIII sec.

Anno di pubblicazione: 1990

'A ÇIMMA

Ti t'adesciâe 'nsce l'éndegu du matin

ch'á luxe a l'à 'n pé 'n tèra e l'átru in mà

ti t'ammiâe a uo spégiu de 'n tianin

ou çé ou s'amnià a ou spegiu dâ ruzà

ti mettiâe ou brûgu réddenu 'nte 'n cantún

ti mettiâe ou brûgu réddenu 'nte 'n cuxín-a á stría

a xeûa de cuntâ 'e págge che ghe sún

'a çimma a l'è za pinn-a a l'è za cûxia 

Çé serén tèra scûa

carne ténia nu fâte néigra

nu turnâ dûa 

Bell'oueggé strapunta de tûttu bun

prima de battezálu 'ntou prebuggíun

cun dui aguggiuîn drítu 'n púnta de pé

da súrvia 'n zû fítu ti 'a punziggè

àia de lûn-a végia de ciaêu de négia

ch'ou cégu ou pèrde 'a tèsta l'âse ou senté

oudú de mâ miscióu de pèrsa légia

cos'âtru fâ cos'âtru dàghe a ou çé 

Çé serén tèra scûa

carne ténia nu fâte néigra

nu turnâ dûa

e 'nt'ou núme de Maria

tûtti diài da sta pûgnatta

anène via 

Pio vegnan a pigiàtela i câmé

te lascian tûttu ou fûmmu d'ou toêu mesté

tucca a ou fantín à príma coutelà

mangè mangè nu séi chi ve mangià 

Çé serén tèra scûa

carne ténia nu fâte néigra

nu turnâ dûa

e 'nt'ou núme de Maria

tûtti diài da sta pûgnatta

anène via

 

Testo: F.De Andrè – I.Fossati

Anno di pubblicazione: 1990

LA CIMA (traduzione)

Ti sveglierai sull’indaco del mattino

quando la luce ha un piede in terra e l'altro in mare

ti guarderai allo specchio di un tegamino

il cielo si guarderà allo specchio della rugiada

metterai la scopa diritta in un angolo

che se dalla cappa scivola in cucina la strega

a forza di contare le paglie che ci sono

la cima è già piena è già cucita

 

Cielo sereno terra scura

carne tenera non diventare nera

non ritornare dura

 

Bel guanciale materasso di ogni ben di Dio

prima di battezzarla nelle erbe aromatiche

con due grossi aghi dritto in punta di piedi

da sopra e sotto svelto la pungerai

aria di luna vecchia di chiarore di nebbia

che il chierico perde la testa e l'asino il sentiero

odore di mare mescolato a maggiorana leggera

cos'altro fare cos'altro dare al cielo

 

Cielo sereno terra scura

carne tenera non diventare nera

non ritornare dura

e nel nome di Maria

tutti i diavoli da questa pentola

andate via

 

Poi vengono a prendertela i camerieri

ti lasciano tutto il fumo del tuo mestiere

tocca allo scapolo la prima coltellata

mangiate mangiate non sapete chi vi mangerà

 

Cielo sereno terra scura

carne tenera non diventare nera

non ritornare dura

e nel nome di Maria

tutti i diavoli da questa pentola

andate via

...................

MONTI DI MOLA

In li Monti di Mola

la manzana

un'aina musteddina era pascendi

in li Monti di Mola

la manzana

un cioano vantaricciu e moru

era sfraschendi

e l'occhi s'intuppesini cilchendi ea ea ea ea

e l'ea sguttesi da li muccichili cù li bae ae ae

e l'occhi la burricca aia

di lu mare

e a iddu da le tive escia

lu Maestrale

e idda si tunchiâ abbeddulata ea ea ea ea

iddu le rispundia linghitontu ae ae ae ae

 

- Oh bedda mea

l'aina luna

la bedda mea

capitale di lana

Oh bedda mea

bianca fortuna -

- Oh beddu meu

l'occhi mi bruxi

lu beddu meu

carrasciale di baxi

lu beddu meu

lu core mi cuxi - 

Amuri mannu

di prima 'olta

l'aba si suggi tuttu lu meli di chista multa

amori steddu

di tutte l'ore di petralana lu battaddolu

di chistu core

    
   
Ma nudda si po' fâ nudda
    
in Gaddura
    
che no lu énini a sapí
    
int'un'ora
   
e 'nfattu una 'ecchia infrasconata fea ea ea ea
   
piagnendi e figgiulendi si dicia cù li bae ae ae 

- Beata idda

uai che bedd'omu

beata idda

cioanu e moru

beata idda

sola mi moru

beata idda

ià me l'ammentu

beata idda

più d'una 'olta

beata idda

'ezzaia tolta -

 

Amuri mannu

di prima 'olta

l'aba si suggi tuttu lu meli di chista multa

amori steddu

di tutte l'ore di petralana lu battaddolu

di chistu core

 

E lu paese intreu s'agghindesi

pa' lu coiu

lu parracu mattessi intresi

in lu soiu

ma a cuiuassi no riscisini

l'aina e l'omu

chè da li documenti escisini

fratili in primu

 

e idda si tunchiâ abbeddulata ea ea ea ea

iddu le rispundia linghitontu ae ae ae ae

 

Testo: F.De Andrè

Anno di pubblicazione: 1990

MONTI DI MOLA (traduzione)

Sui Monti di Mola

la mattina presto

un'asina dal mantello chiaro stava pascolando

sui Monti di Mola

la mattina presto

un giovane bruno e aitante

stava tagliando rami

e gli occhi si incontrarono mentre cercavano acqua

e l'acqua sgocciolò dai musi insieme alle bave

e l'asina aveva gli occhi

color del mare

e a lui dalle narici usciva

il Maestrale

e lei ragliava incantata "Ea ea ea ea"

lui le rispondeva pronunciando male "Ae ae ae ae"

 

"Oh bella mia

l'asina luna

la bella mia

cuscino di lana

O bella mia

bianca fortuna"

"Oh bello mio

mi bruci gli occhi

il mio bello

carnevale di baci

oh bello mio

mi cuci il cuore"

 

Amore grande

di prima volta

l'ape si succhia tutto il miele di questo mirto

amore bambino

di tutte le ore

di muschio il batacchio

di questo cuore

 

Ma nulla si può fare nulla

In Gallura

che non lo vengano a sapere

in un'ora

e sul posto una brutta vecchia nascosta tra le frasche

piangendo e guardando diceva fra sé con le bave alla bocca

 

"Beata lei

mamma mia che bell'uomo

beata lei

giovane e bruno

beata lei

io muoio sola

beata lei

me lo ricordo bene

beata lei

più d'una volta

beata lei

vecchiaia storta"

 

Amore grande

di prima volta

l'ape si succhia tutto il miele di questo mirto

amore bambino

di tutte le ore

di muschio il batacchio

di questo cuore

 

Il paese intero si agghindò

per il matrimonio

lo stesso parroco entrò

nel suo vestito

ma non riuscirono a sposarsi

l'asina e l'uomo

perché dai documenti risultarono

cugini primi

 

E lei ragliava incantata "Ea ea ea ea"

lui le rispondeva pronunciando male "Ae ae ae ae"

Postato da: LibertAria a 12:38 | link | commenti |
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